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La Città “luogo delle opportunità”: cosa ci ha detto il Ministro Delrio

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di Anna Del Bene, Vicepresidente Nazionale F.U.C.I.

“La città è il luogo delle opportunità, cioè il luogo in cui elaborare e modificare lo spazio delle opportunità”: con queste parole del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, è iniziata lo scorso sabato 27 gennaio l’edizione 2018 di CONnessioni – Percorsi di formazione politica, che si tiene a Roma nella sede de La Civiltà Cattolica. Durante questo primo incontro abbiamo approfondito il tema “Città in relazione, nuove strade di comunità”.

Come ricorda p. Francesco Occhetta, che ci accompagna nel percorso, CONnessioni è innanzitutto un luogo, simile ad un aeroporto, in cui giovani impegnati e desiderosi di mettersi in gioco approdano con l’obiettivo di ricostruirsi per ricostruire le politiche.
A partire dal passo del Vangelo di Luca E a me chi è vicino? (Lc 10,29-37), p. Occhetta ci ha guidati sul tema della prossimità all’Altro e della sfida a non considerare chi ci è vicino come qualcuno da noi separato, ma come una persona che ha un bisogno cui siamo chiamati a rispondere. Tre azioni, ha detto, sono un antidoto alla solitudine: tornare a guardarci in volto e a chiamarci per nome; costruire comunità; tornare a vivere le città con al centro le persone e i loro diritti.

Nella sua lectio, il Ministro Delrio ha illustrato due modelli culturali di città: la città come luogo chiuso, di appartenenza esclusiva, oppure luogo capace di creare vicinanza, prossimità e protezione; un luogo in cui costruire opportunità.

Oggi – ci ha detto – l’identità delle città è nota quanto quella delle nazioni. Anche in Italia abbiamo assistito ad una trasformazione in questo ambito con l’introduzione delle città metropolitane: a Milano, ad esempio, è stata concepita una serie di servizi di area vasta, per i quali si è pensato di sostenere ingenti investimenti. Secondo il Ministro, ciò è avvenuto per una ragione non soltanto pratica, ma metafisica: come diceva Giorgio La Pira, “la città è un organismo vivo”, che si è costruito con la sua storia e con l’arte, nella consapevolezza di inserirsi all’interno del flusso di ciò che la circonda.

Tre le questioni essenziali che il Ministro ha posto alla nostra attenzione.

Il tema del populismo, del quale ha ripercorso le origini: già Guicciardini e Gramsci ritenevano che l’unico antidoto al populismo fosse il forte investimento sulle autonomie locali e sui grandi valori universali dell’Umanesimo e del Rinascimento. La paura porta al populismo ma il timore del diverso non è di per sé “peccato”: lo diventa se arriva a determinare le nostre scelte.

Il tema della misura: nella città la misura è sempre più umana che nel mondo. La città è prossimità: lì la relazione umana, lì la politica. Zygmunt Bauman diceva che la città è la “discarica del mondo”, ma è anche il luogo in cui poter vincere le sfide della paura e della prossimità. La città è il luogo della ritessitura delle relazioni. Il sistema capitalistico non è più in grado di dare beni comuni in cui potersi sentire protetti né di rispondere alle paure. Dove ci sono beni comuni e si investe su di essi non ci sono i populismi, perché non c’è rabbia sociale. La politica è costruzione di legami e opportunità (es. costruire una biblioteca può cambiare la vita a un giovane studente) e non consiste solo nella redistribuzione delle ricchezze.

Infine, i temi delle disuguaglianze, della salute e della paura del futuro. Se è presente e funzionante un sistema di sostegno e supporto alle varie esigenze delle fasi della vita, allora il cittadino sarà in grado di sopravvivere e realizzarsi. In tutto ciò, è importante prestare attenzione al creare principi di uguaglianza: “non c’è bisogno di avere uguaglianza nell’obbedienza, quanto piuttosto nella cittadinanza”, ha sottolineato il Ministro.
Populismo, misura, salute, disuguaglianze, paura del futuro: su tutti questi fronti, la città offre soluzioni ai problemi globali.

La città è il luogo in cui superiamo gli egoismi. Nessuno può essere felice e salvo da solo, per questo è necessario uscire dalle case e difendere insieme la propria comunità; è quel lavorare per la felicità pubblica, oggi necessario, a cui si riferiva il carteggio Adams-Jefferson agli albori della Costituzione degli Stati Uniti d’America, come scrive Hannah Arendt in “On revolution”. Di qui, i due principi cardine per la sua realizzazione: autonomia e responsabilità.

È proprio nelle piccole comunità locali che è possibile vivere il tema della prossimità. Riprendendo il pensiero di Sant’Agostino, ognuno di noi è il motore del cambiamento, e ciò in una relazione straordinariamente evolutiva. Insieme, i frutti si moltiplicano. Dal momento che la politica consiste nel fare le cose insieme, adottare un approccio relazionale e cooperativo e non competitivo è necessario. È inoltre dimostrato che le società competitive sono più fragili. È la società che fa la giustizia, non la legge; a tal proposito, Adriano Olivetti aveva un approccio legato alla giustizia più che alla carità: quest’ultima, infatti, pone rimedio ai problemi ma non elimina le cause del male.

Per cambiare il mondo – ha continuato il Ministro – non c’è bisogno di potere, ma di molta cura di se stessi, valore che troviamo anche nelle vicende raccontate ne “I Promessi Sposi” (Renzo salva il Ferrer, Lucia l’Innominato, etc..); dalla cura di sé è possibile prendersi cura del mondo e degli altri, perché la cura che si allena su di sé permette di sviluppare uno sguardo sugli altri. La città è il luogo in cui guardare gli altri: se operiamo un cambiamento del nostro sguardo, cambia il potere e cambia la vita. È importante avere uno sguardo di inclusione tra le persone, – che meritano compassione e il beneficio del dubbio, prima che i giudizi su quel che di loro appare – ed evitare la segregazione sociale.

Sul tema periferie e centro, il Ministro ha ricordato i valori che dovrebbero essere alla base della politica: la cura e la manutenzione dei luoghi e dei trasporti, l’educazione alla sicurezza stradale, riconoscendo in questo una responsabilità della politica. Ha sottolineato, inoltre, la necessità di prestare attenzione alle piccole cose, quelle che non fanno rumore, e di non dimenticare la quotidianità delle persone.

L’unico modo per dare valore ai luoghi pubblici, alle periferie, ai quartieri “arrabbiati” – ha detto – è dare loro una grande cura, qualità e bellezza; è necessario, quindi, porre attenzione alla pianificazione urbanistica. Mentre nella dinamica centro-periferia la politica ha un grande ruolo, ne ha uno minore nella dialettica nord-sud. Abbiamo bisogno – ha rimarcato – di più “società” nel Mezzogiorno e di aiutare maggiormente gli imprenditori ad essere protagonisti; i cittadini devono essere più esigenti nei confronti della politica per il riconoscimento dei diritti. Citando Papa Francesco, il Ministro ha ricordato che è importante sviluppare la capacità di dialogo e di incontro, non per negoziare, ma per cercare il bene comune, discutere e arrabbiarsi insieme e pensare alle soluzioni migliori per tutti: l’incontro, infatti, si trova nel conflitto ed averne paura è sbagliato. L’invito è ad essere esigenti con se stessi e con gli altri quando c’è di mezzo il terzo elemento, ovvero il bene comune.

Alla domanda su come recuperare l’attenzione al locale nella politica nazionale, il Ministro ha risposto: “Chi non si è occupato dei problemi del territorio non può occuparsi di politica: prima bisogna fare palestra nelle amministrazioni locali. Quindi, avanti i sindaci!” È importante – ha proseguito – chiedersi cosa ciascuno di noi stia facendo per tutto questo. La gente va responsabilizzata, bisogna aver fiducia nelle persone, al tempo stesso è necessario migliorare sulla divisione delle competenze e sul prendersi le proprie responsabilità. È fondamentale avere il senso dei propri limiti, il senso del seminare e dell’eventualità di raccogliere dopo anni.

Ricordando l’idea agostiniana che per poter amare occorre conoscere, Delrio ha concluso la sua lectio esortando a non affidarsi al solo “buon cuore”, ad essere disciplinati e a studiare, ad avere pazienza nell’analizzare e ad avere idee originali per affrontare la complessità.

I laboratori in gruppo, affidati a Paolo Bonini, dottorando in Diritto pubblico, e Paolo Rametta, dottorando in Diritto costituzionale, hanno discusso due casi concreti di partecipazione all’amministrazione dei beni comuni, interrogando il rapporto istituzioni-volontariato e confrontandosi sui rispettivi doveri e competenze. Le conclusioni, in sessione plenaria, hanno evidenziato la necessità di incrementare una cultura e uno studio della partecipazione “dal basso” del cittadino – la sussidiarietà orizzontale -, che dovrebbe vedere la Costituzione attuata in modo diretto e che permetterebbe al cittadino di incidere direttamente sulla vita della città.

 

 

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L’economia sociale di mercato, di Alessando Mazzullo

Manca davvero poco al prossimo incontro. Con l’Avv. Alessandro Mazzullo affronteremo il tema del terzo settore e dell’economia sociale di mercato. In preparazione al tema alleghiamo delle slide curate dall’Avv. Mazzullo.

Brevi note per il confronto

vi aspettiamo numerosi!

ore 9:15 presso la sede de La Civiltà Cattolica, via di Porta Pinciana n.1, Roma.

 

Orizzonte Europa. Lavoro: il futuro oggi.

 

Carissimi manca pochissimo al quarto ed ultimo incontro di Connessioni sull’Europa, sabato 20 maggio.

Approfondiremo l’evoluzione e le dinamiche del lavoro oggi, dalla formazione che viene richiesta alle nuove prospettive di sviluppo.

Grazie all’intervento dell’Avv. Ciro Cafiero, giuslavorista, avremmo modo di confrontarci su:

1) introduzione sul lavoro del ventunesimo secolo: genesi e battaglie sindacali;

2) effetto disintermediante della rivoluzione tecnologica e alterazione dei connotati della prestazione di lavoro;

3) smart – working e crowd work;

4) nuovi lavori e nuove competenze.

In allegato trovate anche un articolo dell’Avv. Cafiero che pone in luce in maniera chiara e dettagliata l’evoluzione del lavoro e come questo inciderà sulla vista dell’uomo.

Quale giustizia nell’orizzonte Europa. Ecco l’abstract dell’incontro.

 

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Quale giustizia nell’orizzonte Europa –dialogo con Franco Roberti

 

L’ospite Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, ci parla di Giustizia Europea Comune per affrontare il terrorismo e per sconfiggere il pericoloso rapporto tra mafia e immigrazione.

Punto centrale dell’intervento è la necessità di creare un un Corpus Iuris di norme europee per superare la difficoltà dei rapporti odierni tra ordinamenti giuridici differenti dei paesi dell’unione, che al momento attuale rallentano le operazioni e le indagini antiterroristiche, minando alla sicurezza dei cittadini europei.

La cooperazione internazionale è il primo punto da affrontare nella lotta al terrorismo e per questo l’europa ha un bisogno concreto  di creare una Costituzione Europea basato sui principi di

 

Dignità

Uguaglianza

Giustizia

Cittadinanza

Libertà

Solidarietà

 

“Il principio –commenta il procuratore- è il ponte tra il valore e la regola” e proprio per questo è così imporante lavorare insieme per garantire una giustizia chiara ai cittadini dell’unione europea.

La cooperazione è l’unica soluzione alla lotta al terrorismo, contrapposta alla tendenza attuale ad innalzare muri e creare sentimenti di odio, repressione e chiusura che non alimentano altro che l’insicurezza e il dubbio di trovarsi in una comunità nella quale valga la pena vivere da cittadini liberi. L’unione europea, nata per condividere con gli stati membri i sani principi di libertà e cooperazione tra popoli, deve farsi carico dell’importante compito di ridare ai suoi cittadini la sicurezza per sentirsi liberi all’interno della propria comunità.

 Scrive infatti Roberti nel suo libro Il contrario della paura: “diventa una priorità spiegare perché è necessario non avere paura: continuare a uscire, viaggiare, frequentare cinema e concerti significa lottare contro i terroristi, il cui unico obiettivo è privarci delle nostre libertà.”

Nella lotta al terrorismo assume un grande rilevanza anche la lotta alla mafia e alle associazioni criminali organizzate: il modus operandi di queste ultime è quello con cui anche lo stato islamico si muove: occupazione violenta di territori e mercati, traffici di droga e armi e riciclaggio sono i mezzi che finanziano più di tutti gli attacchi terroristici. È facile immaginare quanto l’attività subdola della mafia sia implicata nell’alimentazione di questi traffici e nei rapporti con gruppi terroristici.

La criminalità organizzata e l’illegalità sono le catene che bloccano il nostro diritto di sentirci cittadini liberi di non provare più paura e di potersi muovere in un mondo più sicuro e responsabile.

Spesso strategie politiche ed economiche alimentano la falsa credenza che la parola immigrazione coincida col termine terrorismo, ma i fatti sostengono chiaramente la poca veridicità di tale pensiero: i cosiddetti terroristi sono in diversi casi già cittadini europei, spesso radicalizzatti DOPO il loro ingresso nel suolo della UE.

Mafia e terrorismo si presentano spesso come le uniche alternative ad una vita di povertà, incertezze e disperazione di chi scappa da guerre, povertà e distruzione.

“La verità è il contrario della paura”. E sulla base di questo dobbiamo sperare e lottare per un mondo, e in particolare un Europa, liberi dalle paure e guidati dai sentimenti di gratuità e solidarietà dei cittadini e dei leader politici di oggi e di domani.

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 Giustizia Riparativa –lavori di gruppo con l’intervento di Francesco Occhetta e Fabrizio Urbano Neri

Cos’è la giustizia riaparativa?

È una modalità di ripensare la giustizia ponendo al centro del suo agire la vittima e il suo dolore e dunque lavorare affichè vittima (o famigliari di quest’ultima) e reo si incontrino per riparare e tentare di risolvere il conflitto tra le due parti.

Ciò che cambia radicalmente sono la visione della pena e del dolore per le quali ci si dovrà chiedere: chi è che soffre e qual è la causa della sofferenza? E chi deve essere guarito/rieducato?

La presa di coscienza di queste semplici considerazioni sono ciò che fa la differenza tra il capire e ammettere il proprio errore e l’incapacità di rendersi conto delle proprie azioni continuando a giustificarsi per i propri errori.

La distinzione tra bene e male è fondamentale e il non capirla impedirà sempre la ricostruzione dei rapporti e, molto più importante, la rieduzazione delle persone.

Un modello alternativo

 La giustizia rieducativa si concentra sull’aspetto psicologico del cambiamento della persona che commette il reato e la presa di coscienza del suo comportamento, affinchè chi ha causato la sofferenza ad altri sia in grado di interiorizzare sia il dolore della vittima sia il proprio dolore e trasformarlo col tempo nella consapevolezza di poter tornare a vivere da persona nuova.

I passaggi fondamentali si riassumono in cinque punti:

  1. Riconoscimento del reo della propria responsabilità davanti alla vittima e alla società
  2. Incontro con la vittima (o i famigliari)
  3. Interveno della società attraverso la figura del mediatore
  4. L’elaborazione della vittima della propria esperienza di dolore
  5. Individuazione della riparazione e ricomposizione di un oggetto o di una relazione

Dall’oggetto del reato l’attenzione si sposta sui soggetti e sulle loro vite che devono tornare ad essere vite piene e degne di essere vissute anche dopo lo strappo causato dal reato commesso.

“NESSUNO TOCCHI CAINO” DI SIMONE TROPEA

 

Qui di seguito trovate l’attenta riflessione di Simone Tropea sulla giustizia riparativa. Partendo dalla canzone scritta da  Enrico Ruggeri e Andrea Mirò “Nessuno tocchi Caino”presentata al festival di San Remo del 2003, Tropea ha posto in luce il problema del rapporto tra la vittima e il reo nella giustizia italiana, cuore della riflessione di Padre Francesco Occhetta nel suo libro “La giustizia Capovolta”.

 

Domenica scorsa inviavo a p. Francesco il testo di una canzone che andavo ascoltando ormai da giorni, e mi riportava alla mente, in modo sempre più chiaro e definito, il contenuto del suo libro “La giustiza capovolta”! Dopo qualche minuto di chiacchierata informale, in modo completamente inatteso, a lui arriva l’idea di utilizzare questa canzone per chiudere con leggerezza, ma in modo non banale, la prima parte dell’incontro formativo con il procuratore antimafia, Franco Roberti. Una chiusura alquanto pop, è vero, ma che conserva un’intenzione pedagogica lucida, quella di adottare per così dire, una colonna sonora che accompagnando la nostra crescita umana, intellettuale, politica, ci possa aiutare a fare sintesi di questa ricchezza di esperienze, di incontri e di riflessioni condivise, che costituisce l’esperienza di CONnessioni.caino-1-516x620

LA MUSICA È CULTURA, È LA CULTURA SOSTANZIALMENTE È ATTENZIONE ALL’UOMO

Il brano, presentato nel festival di sanremo del 2003, scritto e interpretato dalla coppia Enrico Ruggeri e Andrea Miró, ha per titolo: “Nessuno tocchi Caino”. Come vedete un titolo importante che riprende un passo della Genesi fondamentale per capire cosa si intende con la parola “Giustizia, almeno nella cultura occidentale, uno sfondo culturale, possiamo dire, che ha nella tradizione giudaico-cristiana una delle sue componenti essenziali E’ la storia di un dialogo tra una vittima e il suo carnefice che avviene nella cornice particolarissima del carcere. Non un carcere qualsiasi,non un luogo fisico, ma quel carcere che coinvolge e scandalizza la vittima , il carnefice ed anche il giudice, aggiungerebbe De André.
Quale carcere?
Il carcere dell’assenza di Dio!
E’ in questo recinto sadico che il criminale progetta lucidamente l’assasinio e la vittima si prepara a subire rassegnata, parlando con Kierkegaard: infinitamente rassegnata. C’è un distacco cinico che avvelena tutta la prima strofa, una apatia che origina dalla consapevolezza adulta, giustamente disillusa, che la mano di Dio non scenderá a cambiare le cose! È un salto continuo, è l’Eco insopportabile di un Dio che tace a rimbalzare dalla vittima al carnefice e viceversa , un rumore sordo che cresce si espande e lentamente corrompe la coscienza!
Generando cinismo.
Questa è a mio avviso la prima intuizione geniale degli autori, dalla quale si evince anche la profonditá dell’analisi psicologica, ma soprattutto direi antropologica del testo: il male si nutre di solitudine. Dietro a tante storie di morte, di violenza, di mafia c’e’ sempre una storia di solitudine, c’e’ sempre il peso insostenibile di una assenza. L’assenza dello stato, del lavoro, degli affetti, spesso l’assenza di un interlocutore a cui affidare la propria ansia, anche solo di un amico a cui apellarsi. Io sono calabrese, ho potuto conoscere nella mia regione tante situazioni molto complesse da un punto di vista umano, sociale, culturale, la costante è sempre l’incapacitá , o l’impossibilitá di vedere oltre il proprio buio! Ogni azione malvagia, nel piccolo o in grande, inizia sempre da un dialogo che avviene nell’intimo dell’uomo e perverte il suo cuore inquinando il suo sguardo, appannando la sua coscienza, indebolendo l’umanitá che è in lui, restringendo l’orizzonte di senso in cui si snoda la sua storia, intaccando l’empatia!

E’ una dinamica che sperimentiamo tutti, in maggiore o minor misura, è un tentativo di distruzione di noi stessi o dell’altro che percepiamo come un ostacolo, che scaturisce dalla sorgente infetta della solitudine che ci abita, dal sentimento dell’assenza di Dio, non necessariamente in senso cristiano o religioso, ma come esperienza di un bene che sostenendo la nostra esistenza personale, ci apre ad una con-vivenza buona e “giusta”, cioè necessaria . Perché come sapete il concetto stesso di giustizia ha a che fare con la necessitá, con ció di cui l’uomo, la societá umana ha bisogno!

E di cosa abbiamo bisogno?
I piú evangelici penseranno :”di una cosa sola”!

VINCERE LA SPIRALE DEL MALE

Ma al di lá delle battute da sacrestia, rileggendo “La Giustizia Capovolta” in questo momento particolare dell’anno liturgico, non possiamo non considerare quanto la prigione e in generale la pena (il grande tema del brano), inevitabilmente finisce per alimentare la spirale del male, laddove non viene ripensata in una logica quaresimale. Ovvero, se non diventa quel luogo dove garantire o comunque offrire ai detenuti, ai “colpevoli”, la possibilità di fare un’esperienza esistenziale paradossalmente liberante. L’esperienza del deserto, di un posto certamente difficile, ma anche l’unico posto in cui, senza alcuna possibilità di auto-inganno, affrontando e superando le giustificazioni inutili e dannose che il criminale si da, l’uomo ferito dalla sua stessa colpa può finalmente uscire dalla schiavitù della propria solitudine ingannata, aprendosi alla realtà nella dimensione dell’alleanza. Per i cristiani con il Dio che lo ama, con il Dio che si fa uomo , quindi con il Dio che è presente in ogni uomo. Per tutte le persone civili, a prescindere dal credo, portare il reo a ricostituire l’alleanza spezzata con un principio di bene, con uno sguardo grato, positivo sulla vita, che possa davvero risanare poco a poco tutto il tessuto relazionale che la colpa ha distrutto, è l’unico compito possibile delle carceri. L’unico possibile , perché l’unico necessario.
“Ma non mi scordo del primo uomo”, dice il testo, “ a eseguire il destino s’impara”. Forse la seconda strofa è proprio quella piú chiara, nonostante la sua apparente ambiguitá, parla di una coscienza che sta per uccidere, che ha ucciso, ma riconoscendo nell’altro “un uomo”. E’ una coscienza scomoda che perció va anestetizzata, sedata “ho bevuto per non chiedergli perdono”. Appare l’alcool per esempio, un modo come un altro per affrontare la realtá evitando di affrontare se stessi! E’ l’icona della giustizia repressiva. Un correttivo insipido della vendetta, la forma piú cavernicola di giustizia, quella piú precaria, che si accontenta di apparare i conti: proprio come fanno le cosche mafiose!
Lo spettro di quella che possiamo definire una “giustizia incompleta”, appare nel testo nel momento in cui ci rendiamo conto che quello che finora abbiamo ritenuto essere l’assassino, è in realtá un boia, l’esecutore materiale della giustizia che non ripara! Anche un brav’uomo in fondo, che ha moglie e figli, e comprende pure la sofferenza dell’altro, ma non è libero, è il suo lavoro, da quell’esecuzione dipende la stabilitá della sua famiglia, il mutuo di casa, la retta dei figli, le visite mediche. Forse anche la vittima, che intanto sappiamo essere il colpevole, ha rubato o ha addirittura ucciso per un motivo simile. Stanca di aspettare l’intervento di una provvidenza distratta, ha dovuto fare da sé, o forse non ha fatto proprio nulla, ed è lí per sbaglio. Inquietudine atroce. E il carnefice, che è vittima pure lui, a questo ci pensa anche, forse simpatizza, ma deve pur campare.
Quella del boia è un’immagine fortissima che dice un qualcosa di staordinariamente vero per chi conosce un po’ il mondo del carcere. Ma anche per chi osserva con attenzione i casi di omicidio, forse anche solo i conflitti economici decennali che spaccano interi nuclei familiari (non é un caso che nella Bibbia i conflitti piú seri siano sempre quelli tra fratelli) , ma la stessa logica che anima l’operato nero della mafia se volete : alla radice c’è sempre un’idea perversa (tendenzialmente egocentrica) di giustizia. E’ difficile trovare qualcuno che abbia ucciso per diletto, a meno che non si parli di un malato di mente. Si commette il crimine in risposta a qualcosa che viene percepito o vissuto come un’ingiustizia. Il carnefice, nella sua percezione, è prima di tutto una vittima che ristabilisce un equilibrio rotto!
A questo punto della canzone, è tutto così confuso perché è tutto terribilmente chiaro.
La giustizia repressiva non prevede il ritorno del colpevole, il deserto è svuotato di senso, é un luogo arido dove chi trasgredisce viene mandato a morire, e chi lo manda a morte, il Pilato di turno, è tenuto a placare i suoi sensi di colpa, come può e senza fare troppe storie!
L’ultima strofa si chiude in modo molto evocativo con l’espressione “tutto è compiuto”, è il calvario della pena di morte. La metafora di una giustizia che non prevede dialogo si consuma fino all’ultimo in un crescendo di agonia. Francesco nel suo libro riporta un pensiero del gesuita Eugen Wiesnet, esperto di diritto, che scrive:
“Non toccate Caino”. Certo. Ma perché non sia toccato nell’essenza, perché egli resti Caino, cioè il fratello di Abele e di tutti i fratelli di Abele, perché non appaia un demone o una semplice forza naturale, terribile ma non umana, bisogna che Caino sia chiamato a rispondere del suo atto, deve udire, muto e impotente la domanda “che ne hai fatto di tuo fratello”?
Il paradosso della giustizia repressiva, è che quasi inevitabilmente essa, dietro lo schermo della norma, innesca un processo di de-responsabilizzazione generale che investe vittime, carnefici, e giudici!
Si perdoni a un semi-pagano questa conclusione, ma non si puó fare a meno di rintracciare nel testo di Ruggeri un’ulteriore significato che per me è profondamente cristologico, anzi direi quasi kerigmatico. La canzone infatti si chiude con l’immagine di una croce che come una chiave, alla fine di tutto, apre il cielo e lascia trasparire finalmente il volto di Dio: la pietá: E’ un’eco diversa, è l’eco di un’anima che in qualche modo è stata assimilata al destino dell’unico vero giusto, di cui Abele non è che una segno,un’anticipazione. In modo molto delicato la canzone, oltre ad essere una colonna sonora perfetta per il libro di Francesco, è davvero un itinerario pasquale, perché con discrezione ci obbliga a volgere lo sguardo sulla Giustizia in carne ed ossa, spezzata sulla croce dell’ipocrisia, dell’interesse, della superficialitá, sulla Giustizia violata nel corpo dell’innocente per antonomasia, cha assume nella sua persona la responsabilitá del colpevole, si fa vittima per redimere nel profondo la sofferenza degli innocenti, e soprattutto emette un giudizio di misericordia sulla storia di ognuno, aprendola alla possibilitá di un riscatto autentico, reale, definitivo!

Nel triduo pasquale, che è il compimento del tempo di Quaresima, che abbiamo considerato icona della riabilitazione , rifulge quella giustizia che recide il male alla radice, emerge una logica altra, che trascende il recinto ristretto della punizione e mostra un orizzonte nuovo, il cammino della “riparazione”. L’unica forma di giustizia che salva l’uomo, che lo libera nella dimensione piú intima del suo essere, una giustizia sempre nuova, una giustizia capovolta!

https://www.youtube.com/watch?v=hcjDln_7T_oTesto:

Testo:
Io sono l’uomo che non volevi,
sono più di tutto quello che temevi.
Domattina sai che ti porterò
al di là dei tuoi stessi pensieri.
E’ tutto pronto perchè non sbaglio,
ho curato fino al minimo dettaglio.
Quando punterai gli occhi dentro ai miei,
io saprò sostenere lo sguardo.
Il mondo non passa da qui
e non mi importa più di me;
troppi giorni chiusa ad aspettare che
si allargasse il cielo e scendesse su di noi
una mano e un gesto di pietà,
una mano e un segno di pietà.
Il corridoio si stringe ancora,
lo dovrai vedere solo per un’ora.
E’ il lavoro mio, è la vita mia;
a eseguire il destino s’impara.
Ma non mi scordo del primo uomo;
ho bevuto per non chiedergli perdono.
Non moriva mai, non finiva mai.
Ma ti abitui a tutto, non lo sai?
Il mondo non passa da qui
e il mio pensiero è andato via,
oltre a queste sbarre fino a casa mia.
C’è lo stesso cielo che domani avrà
una firma e un gesto di pietà,
una mano e un segno di pietà.
Tutto è compiuto perfettamente,
oramai qui non si sbaglia quasi niente.
Controllate voi, due minuti e poi
io potrò tornarmene dai miei,
perchè anch’io ho moglie e figli miei.
Il mondo non passa da qui,
ma la mia anima è già via
e dall’alto guarda fino a casa mia.
C’è lo stesso cielo, che domani avrà
una croce e un gesto di pietà.
Io sono qui e la mia anima non è
solo un numero appoggiato su di me:
è una luce bianca andata dove sa,
tra le stelle e un gesto di pietà,
oltre il cielo dove c’è pietà

Qui di seguito il link allo streaming:

https://livestream.com/laciviltacattolica/connessioni-04-marzo/videos/150921784

 

La giustizia capovolta verso l’incontro del 4 marzo

Il parlamento europeo in più di una occasione si è chiesto quale fine deve avere la giustizia nell’Ordinamento comunitario. Cosa si può e si deve fare perché la norma costituzionale trovi attuazione e porti realmente alla rieducazione del reo non limitandosi alla mera applicazione della pena?
Al tal proposito Padre Francesco Occhetta, nel suo libro “La giustizia Capovolta”, ritiene che al centro dell’ordinamento vada posto il dolore delle vittime e che il reo debba ricoscientizzare il male compiuto per prendere coscienza dei propri errori e poter riparare a ciò che ha fatto. Questo è il concetto di giustizia ripartiva, che si fonda innanzitutto su una volontà sociale e culturale che ne permetta l’attuazione. Sul punto di grande interesse è quanto afferma Occhetta sul suo blog:”≪Capovolgere≫ la giustizia, senza che sia solo lo Stato a stabilirla, è possibile. A una condizione, però. Il primo passo di ogni riforma è sempre interiore. È un appello che nasce nella coscienza morale personale e comunitaria di un popolo. È l’esperienza del ≪sentire con≫ chi ha fatto e provocato il male”.

Consigliamo la lettura del libro “La giustizia Capovolta” (edizioni Paoline) in preparazione dell’evento del 4 marzo.

Sabato 4 marzo a Civiltà Cattolica in dialogo con Franco Roberti

Meno 4 all’incontro di sabato!
Affronteremo la tematica del rapporto tra la giustizia in Italia e nei singoli paesi europei. È certo infatti che oggi uno dei problemi principali è quello di una giustizia comune nei confronti del terrorismo.
Franco Roberti nel suo ultimo libro “Il contrario della paura” afferma che: “Nessuna nazione può pensare di poter sconfiggere da sola il terrorismo internazionale né immaginare che la soluzione sia quella di chiudere le frontiere: la cronaca dimostra che terrorismo e immigrazione non sono assimilabili, visto che la gran parte degli attentatori sono cittadini europei. Per vincere questa sfida è necessario invece uno sforzo comune, regole condivise, un fronte unico e compatto. È questo che i cittadini devono chiedere alla politica: collaborazione e giustizia. Perché serve il rigore non il rancore per affermare e difendere la democrazia, la civiltà. E, dunque, la pace.”
Vi aspettiamo numerosi!

 

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