Europa, verso una nuova integrazione

di Tommaso Galeotto

L’Europa nasce dalla più grave crisi della sua storia e come unità nella diversità. Questo è il tema che ha accompagnato i lavori della giornata di Connessioni lo scorso 13 aprile, dal titolo “L’unità dell’Europa nella diversità dei popoli. Verso una nuova integrazione”.

Con l’avvicinarsi delle elezioni europee si fa sempre più viva la necessità di prendere una posizione e di riconoscere che cosa ha rappresentato per noi l’Europa in tutti questi anni. Come ha ricordato il direttore de L’Espresso Marco Damilano, è dalla sofferenza e dal dolore causati dalla guerra che si è potuto comprendere la convenienza del mettersi insieme per costruire un futuro comune, pur nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità.

Damilano ha ricordato la complessità di un percorso che richiede impegno, sacrificio e di muovere i propri passi su tre gambe fondamentali: quella economica, quella geografica e quella politica.

La prima è rappresentata dall’unione monetaria, che si pone come collante materiale tra gli Stati che ne fanno parte.

La seconda è rappresentata dall’accoglienza di quei paesi dell’est-Europa che per quasi un secolo hanno vissuto sotto gli orrori delle dittature, e che oggi possono far parte di un progetto di libertà e di pace.

La terza, che invece manca e che deve diventare il punto centrale dell’unione, è la gamba politica istituzionale, che deve divenire collante ideale di solidarietà e consapevolezza identitaria.

Solo attraverso la costruzione di un progetto politico che non sia subalterno alle leggi economiche, ma che faccia dell’economia uno strumento al servizio dei popoli, si può davvero definire un futuro ed un’identità comune nel segno e nel contagio delle differenze. L’Europa non può rimanere solo un comitato d’affari né tanto meno un’unione doganale: ha bisogno di un popolo europeo che si riconosca tale, in nome di un progetto politico unitario rivolto alle persone che lo vivono.

L’Europa si trova oggi nuovamente ad un punto di svolta, in cui deve scegliere che forma dare al suo futuro. Siamo di fronte al paradosso per cui l’Europa non viene vista come una conquista dei popoli, bensì come un ostacolo al loro affermarsi. Questa è la propaganda che le forze populiste vanno attuando, convincendo del fatto che per essere orgogliosi delle proprie radici si debba isolarsi da tutto il resto. È una situazione di crisi in cui si fa fatica a delineare un destino comune, in particolar modo sui temi stringenti e complessi del nostro tempo.

Le sfide a cui guardare sono davvero tante, non ultimo il tema delle migrazioni globali. Il Prefetto Sandra Sarti le ha definite un vero e proprio movimento dell’umanità, e ci ha ricordato come dietro ad ogni numero vi sia una persona che, per una ragione o per un’altra, decide di lasciare il proprio luogo d’origine per mettersi in viaggio alla ricerca di un futuro migliore. lontano dalla fame e dalla guerra.

Lei stessa, riportando il pensiero di Papa Francesco, ha identificato quattro verbi fondamentali come faro per affrontare questa sfida: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare. Un percorso complesso, che non può essere affrontato in solitaria dagli Stati nazionali: un tema di tale rilevanza e di tale entità non può che essere condiviso con tutte le componenti europee. L’Italia, ha detto il Prefetto, ha dimostrato la sua statura morale e civile nel rivelarsi solidale con chiunque avesse bisogno, salvando e proteggendo le vite umane.

Ciò che però è forse mancato, ha rilevato, è stata la capacità di integrare e far sì che si creasse armonia tra le comunità del nostro territorio e chi invece chiedeva protezione. Spesso il sentimento avvertito dai cittadini è stato di tradimento e incomprensione, a fronte del fatto che paure e disagi economico-sociali già vivi all’interno delle comunità locali non sono stati sufficientemente ascoltati e supportati. La grande sfida oggi – ha concluso il Prefetto Sarti – è saper conciliare queste due anime: da una parte il dovere morale e civile della solidarietà e, allo stesso tempo, il sostegno alle persone che attraversano momenti di difficoltà economica e sociale e che giustamente chiedono di essere aiutate e trattate con pari dignità.

Il futuro dell’Europa e del popolarismo si gioca su questo piano. Che è lo stesso sul quale le forze populiste, con la loro politica del pathos, raccolgono consenso, mettendo il sale su ferite che per troppo tempo non sono state curate e a cui oggi le forze politiche non possono non guardare. Il necessario processo di rinascita dalla crisi ricorda la tecnica artistica orientale del Kintsugi, che letteralmente significa “riparare con l’oro”. Nel Kintsugi, la rottura di un vaso non rappresenta la disperazione e la fine di qualcosa, bensì la sua valorizzazione. Le crepe ricoperte d’oro sono ora il valore aggiunto del vaso.
Questo dev’essere l’Europa per noi, un progetto unitario in cui convivono i nostri tratti distintivi.

La grande differenza tra populismo e popolarismo è che il primo non ambisce alla soluzione del problema, poiché sa che esso rappresenta la fonte del consenso. Il secondo, invece, deve assumere come vocazione quella di ascoltare le paure e dare risposte realistiche, in modo che il consenso nasca non dal fomentare il sentimento di desolazione e confusione, ma dalla riconoscenza di chi si sente ascoltato.

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