Via libera sul compromesso con Bruxelles

di Rosalba Famà

Dopo mesi di trattative, il negoziato sulla manovra finanziaria italiana sembra essere giunto al termine e il Premier Conte, in un’intervista al Corriere della Sera, all’indomani del via libera da Bruxelles, dichiara: “non potevamo permetterci sanzioni dall’UE”.

Il lungo iter sulla legge di bilancio 2019 va letto osservando tre diverse direttrici: il  contenuto della manovra – la sostanza –, il linguaggio usato nel dibattito pubblico – la forma – e l’andamento dei mercati finanziari – lo sfondo. Solo tentando di tenere a mente questi tre aspetti congiuntamente potremo comporre un puzzle complesso.

L’iter – Ricorderemo che lo scorso 22 ottobre il Ministro Tria rispondeva alla lettera della Commissione Europea con le sue osservazioni sul bilancio italiano difendendo la manovra finanziaria a spada tratta. Il 23 ottobre la Commissione europea contestava formalmente la bozza di bilancio di via 20 settembre e invitava l’Italia a rettificarne i contenuti onde evitare l’avvio di una procedura d’infrazione per debito eccessivo. Un procedimento di infrazione avrebbe portato l’Italia verso un percorso di risanamento del proprio debito pubblico, tramite misure di “austerity” che avrebbero obbligato il belpaese a raggiungere il c.d. “pareggio di bilancio” in un periodo di cinque anni.

In occasione dell’Eurogruppo di novembre, la trattativa viveva una fase di stallo: da un lato Tria, costretto dai vicepremier  a proteggere la manovra, affermava “La manovra non cambia”, dall’altro i 18 partner della zona euro chiedevano all’Italia un nuovo budget che rassicurasse i mercati. Il Ministro dell’Economia parlava di assenza di scontro e compromesso, ma iniziava a mostrare apertura al dialogo con Bruxelles di fronte al fantasma della procedura di infrazione. Il 6 novembre il Commissario europeo all’economia, Pierre Moscovici[1], si diceva convinto che Tria avesse compreso la necessità di agire nel quadro delle regole UE. In assenza di un cambio di passo, a partire dal 21 novembre si sarebbe potuto dare avvio alla procedura contro l’Italia con il voto dei Ministri europei.  

La risposta dei mercati – Il capo di Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, interpellato continuava a ripetere che la “manovra” era “bella”, mentre i vice-premier Salvini e Di Maio irridevano il parere delle Istituzioni europee sul bilancio parlando di “letterina di Babbo Natale”. I due leader dichiaravano ormai apertamente che se “Bruxelles avesse dichiarato guerra ci avrebbero fatto la Campagna elettorale” per le prossime europee e già si ipotizzavano gli slogan “l’Europa dei burocrati contro la manovra del popolo”, mostrando di non pensare che questo scontro diretto avrebbe avuto un costo e che a pagarlo sarebbero stati i cittadini. Infatti, questo tipo linguaggio è costato al nostro Paese un flop nel mancato collocamento dei titoli di Stato nell’asta dello scorso 12 novembre.  La risposta dei mercati non si è fatta attendere, con una flessione del FTSE All Share e con il risveglio di Piazza Affari in negativo, in particolare si rammenti il crollo del titolo Carige e lo spread che sfiorava i 300 punti.

Intanto, il Presidente della Banca Centrale, Mario Draghi, invitava alla prudenza i Paesi con alto debito, consigliava in termini figurativi di “riparare il tetto quando non piove”, e scagionare il rischio di contagiare le banche. L’aumento dei rendimenti dei titoli sovrani avrebbe potuto peggiorare le condizioni di finanziamento delle banche con conseguenze per gli investimenti privati. Le stime attestano che la crescita dei tassi di interesse registrata in questi mesi di “braccio di ferro” abbia avuto  un costo di 5 miliardi.  Per far fronte a questa tendenza, di “linguaggio” si è parlato nella cena del 24 novembre tra Conte, Junker – il capo dell’esecutivo europeo –, Tria e Moscovici, in cui Junker ha lanciato un invito a moderare i “toni” usati dall’Italia. Cambio che è stato recepito con grande reattività dai due leader gialloverdi, che oggi si rendono conto di come quel linguaggio non giovasse al Paese e che Conte rivendica come proprio risultato.  È bastata, infatti, una nota sul vertice serale di Palazzo Chigi del 26 novembre, dai toni moderati e con l’apertura ad una soluzione di compromesso, a far calare lo spread sotto i 290 punti (rispetto ai 309 di venerdì 23) e a far riaprire i mercati in positivo l’indomani (Milano +2,7). A partire da quel momento, il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles si è spostato dalle dichiarazioni politiche “me ne frego”, “tiriamo dritto” a un confronto sulle relazioni tecniche. Si tratta di segnali che hanno dimostrato la “non impermeabilità” del nuovo esecutivo alle pressioni esterne e l’importanza dei toni usati dai politici sull’intera economia, dopo mesi di “oltraggi linguistici”[2]

Come cambia la manovra – All’indomani del cartellino rosso della Commissione Europea, i tecnici dell’economia hanno iniziato a tracciare dei possibili percorsi alternativi onde evitare di entrare nel c.d. Braccio preventivo. Si è avviato un dialogo tra il Governo e la Commissione Bilancio che ha tentato di lavorare su un totale di 108 articoli. Obiettivo primario era la riduzione del deficit, resosi necessario per finanziare le misure espansive promesse in campagna elettorale, ovvero, la riforma del sistema pensionistico con il superamento della Legge Fornero c.d. Quota 100 e il reddito di cittadinanza. Per riuscire a soddisfare le promesse elettorali e farlo nel rispetto delle regole di rigore europee, le possibili armi messe in campo sono state: la retroazione, la “clausola di salvaguardia- salva deficit”, lo scorporo dalla manovra di misure chiave in più pacchetti scaglionati nel tempo, un piano di dismissioni immobiliari da 17 miliardi di euro e il dirottamento degli investimenti in spese per il dissesto idrogeologico così da sottrarli al calcolo del deficit. Un ritocco sostanzioso, insomma, che vedeva da un lato i principi del rigore e prudenza nel bilancio, a cui l’Italia ha aderito anni fa a causa del suo altissimo debito pubblico e dall’altro l’esigenza di far fronte ad una crisi economica i cui effetti ancora si sentono sulle fasce più deboli della popolazione e il bisogno di far ripartire gli investimenti e la crescita. Il tutto accompagnato  dalla necessità costante di collocare il proprio debito pubblico sul mercato con la conseguente importanza di rimanere credibili come Paese sullo scenario internazionale.

Il 17 dicembre il Governo dichiara di avere le coperture per far scendere il deficit a quota 2,04 (compromesso trovato con l’UE, non più 2,4) grazie a “risorse rastrellate nelle pieghe del bilancio”. Si tratta di un pacchetto di 27 emendamenti che il Governo presenterà al Senato e che, se approvati, impediranno l’inizio della procedura d’infrazione. Spetterà ai leader gialloverdi spiegare agli italiani che si tratta di uno zero virgola e di non aver “calato le braghe” di fronte a Bruxelles. Ma nella sostanza questo risultato implica un taglio di quattro miliardi. Le risorse a disposizione per il reddito di cittadinanza calano a sette miliardi, per una platea di cinque milioni di persone (con delle variabili legate alla composizione del nucleo familiare). Per la quota 100 si passa da 6,7 a 4,7 miliardi a disposizione, con dei correttivi per ritardare di tre mesi il momento in cui la pensione viene effettivamente pagata, rispetto al giorno nel quale si maturerebbero i requisiti pensionistici.

Così, questa manovra dal valore di 33 miliardi (di cui 18 in deficit) si presenta come una coperta che viene tirata da più estremità, ma è sempre troppo corta per coprire i piedi di tutti.

L’intesa con Bruxelles – Convince Bruxelles il nuovo piano dell’Italia, non senza l’intervento diplomatico del capo della Farnesina Moavero Milanesi e la chiamata del Premier Conte al vicepresidente della Commissione Europea Dombrovskiv per rassicurare un’Europa impegnata su più fronti, dalla Brexit alla rivolta in Francia dei gilet gialli. Infatti, il Collegio dei Commissari ha dato il via libera alla proposta italiana, scongiurando l’inizio di una procedura d’infrazione e il 19 dicembre sono stati proprio il Premier Conte, il Ministro dell’Economia Giovanni Tria e il Ministro degli esteri Milanesi,  a rilasciare la dichiarazione ufficiale dell’intesa trovata con l’Europa, nonché, ad assumersi di fronte agli italiani la responsabilità politica della nuova manovra finanziaria. Forte la reazione dell’opposizione, che ha gridato alla “Manovra scritta dall’Europa”. Tirano invece un sospiro di sollievo i mercati, con Milano che registra un + 1,59[3] e lo spread in discesa a 255 punti.

Riflessioni conclusive – Ma qual è stato il costo di questo esercizio per il Paese? Nei fatti la manovra, così come modificata, si avvicina molto alla prima bozza proposta da Tria. Ministro presente all’Ecofin di giugno, il quale, di fronte alle raccomandazioni sull’importanza di un percorso di riduzione del deficit non aveva opposto resistenze. “Rimangiarsi” la propria parola, data di fronte agli altri ministri europei dell’economia, proponendo a settembre una manovra finanziaria che si discostava di molto dai parametri concordati in precedenza, ha portato l’Italia a perdere credibilità sul piano internazionale. Calo di fiducia che si è manifestato immediatamente sui mercati, con le spread che è schizzato superando i 300 punti. Tra le conseguenze del rialzo dello spread possiamo annoverare una perdita per le banche di dieci miliardi, dovuta al deprezzamento del valore di mercato dei titoli emessi negli ultimi mesi e un costo di 6,5 miliardi di euro che l’Italia dovrà pagare in più per i tassi di interesse nel 2018-2019. Tradotto: l’Italia continua a perdere tempo – e soldi – per giocare “al cattivo” con l’Europa invece che giocare alle regole europee che davano la possibilità a Tria di “alzare la mano” a giugno, per tempo, e far valere principi altrettanto validi, quali il bisogno di una manovra espansiva in un momento di recessione. Ma davvero possiamo credere che questo modus operandi sia un prodotto innovativo dei nuovi partiti sovranisti? Assolutamente no. “Noi rispettiamo le regole, ma le regole devono andare incontro alla stabilità dei nostri figli. Si può discutere di austerity, ma sull’edilizia scolastica non c’è alcuna possibilità di bloccare la posizione italiana: noi quei soldi li mettiamo fuori dal patto di Stabilità, che piaccia o no ai funzionari di Bruxelles” diceva così Matteo Renzi [4] in relazione alla manovra di bilancio 2017, il 7 novembre 2016. Si iniziava così a diffondere tra i cittadini un clima di sfiducia rispetto alle istituzioni europee e ad innestare un processo di decostruzione dell’Europa, di cui in troppi oggi si fanno promotori, senza realmente esserlo. Perché l’Europa è un pacchetto completo, non un cappello di ciliegie; per starci bisogna conoscerne le dinamiche e “portare a casa” i risultati grazie alle proprie competenze sulle regole del gioco.  

Sono passati due anni e poco più, le calamità che il nostro Paese deve affrontare sono diverse, all’epoca si parlava del post-terremoto e della crisi dei migranti, oggi del dissesto idrogeologico e del ponte di Genova, ma l’atteggiamento dell’Italia e la risposta rigorosa delle istituzioni europee è esattamente la stessa. Verrebbe quasi da pensare in termini gattopardiani “Tutto cambia, affinché nulla cambi”.

Twitter @rosy_fama


[1] Il Commissario Moscovici aveva anche parlato di un clima “illiberale” in Italia e questo aveva dato adito ad ulteriori frizioni e polemiche tra Roma e Bruxelles.

[2] Come Federico Fubino scrive sul Corriere della Sera del 27 novembre 2018.

[3] Dati al 20 dicembre 2018.

[4]https://www.repubblica.it/economia/2016/11/07/news/moscovici_e_juncker_in_pressing_sull_italia_serve_rispetto_regole_-151532683/

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