Brexit: tra guerra politica e giuridica

di Rosalba Famà

Se quella che i giornali mettono in risalto è la “guerra politica” legata alla Brexit, fatta di faide interne tra i partiti britannici che guardano alle prossime elezioni da un lato e al braccio di ferro tra Londra e Bruxelles dall’altro, meno attenzione ha suscitato la battaglia che passa dalle corti di giustizia.

Infatti,  lo scorso 19 dicembre 2017 un gruppo formato da un parlamentare del Regno Unito, due di quello scozzese e tre del Parlamento europeo[1] chiedeva alla Corte di Session (Scozia) se e come la notifica dell’intenzione del Regno Unito di recedere dall’UE – inviata al Consiglio Europeo il 29 marzo 2017, in ottemperanza dell’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) e dell’art. 1 dello European Union Notification of Withdrawal Act del 2017 – potesse essere revocata unilateralmente prima dello scadere dei due anni ovvero dell’entrata in vigore di un accordo di recesso. A tal riguardo si chiedeva che la Corte di prima istanza scozzese desse seguito ad un rinvio pregiudiziale dinnanzi alla Corte Europea di natura interpretativa circa l’art. 50 del TUE.

Il Segretario di Stato britannico, per portare avanti la “linea dura” del Governo a sostegno della Brexit, era intervenuto nel procedimento adducendo che si trattasse di un quesito meramente ipotetico (“academic”), non avendo mai espresso il Governo UK l’intenzione di fare dietro-front.  La Corte di Session si era rifiutata di riferire la questione ai giudici europei, motivando che il quesito fosse ipotetico, che una decisione in tal senso superasse la giurisdizione nazionale e violasse la sovranità del Parlamento.

Avverso tale sentenza i ricorrenti hanno proposto appello ed il 21 settembre di quest’anno è stata accolta l’istanza dei richiedenti circa il rinvio pregiudiziale alla Corte Europea ex art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’UE, ritenendo che sciogliere un nodo di questa portata non fosse né accademico né prematuro, anzi, si trattasse di una questione di delicata importanza per i Membri del Parlamento britannico (MPs), i quali si sarebbero trovati di fronte a tre opzioni: la Hard Brexit (senza accordo), la Brexit con l’accordo di recesso e la possibilità di revocare la notifica, interrompendo la procedura di recesso dall’UE. Il Governo UK ha subito impugnato questa decisione, cosicché l’ultima parola è spettata alla Corte Suprema britannica, che ha però confermato la legittimità del rinvio pregiudiziale alla Corte Europea.

Anche di fronte alla Corte Europea il Governo britannico ha reiterato la propria argomentazione per cui non si tratterebbe di una disputa concreta, e che solo e soltanto se ci fosse stata un’istanza di revoca della notifica dell’intenzione di recedere dall’UE e il rifiuto da parte degli altri Stati Membri di accogliere questa manifestazione di volontà, si sarebbe potuto procedere per questa via. Anche la Commissione europea e il Consiglio, adottando una strategia di protezione del loro ruolo sovrano e delle loro prerogative, argomentavano che si trattasse di una questione ipotetica, per cui la Corte Europea avrebbe dovuto negare la propria giurisdizione.

Il verdetto della Corte Europea – La Corte europea ha rigettato entrambe le argomentazioni. In primo luogo ha ribadito il principio per cui la valutazione di ammissibilità dell’azione principale è una prerogativa esclusiva delle Corti nazionali;  basandosi le argomentazioni del Governo, della Commissione e del Consiglio sull’ammissibilità dell’azione, vanno considerate irrilevanti ai fini della valutazione circa l’ammissibilità del rinvio. La Corte di Lussemburgo ha deciso di pronunciarsi sulla questione preliminare e ha addotto l’esistenza di una presunzione di rilevanza sulle questioni legate al diritto UE, che vanno risolte quando sono indispensabili per l’effettiva risoluzione della disputa principale. Per la Corte lussemburghese il quesito sottopostogli rappresenta “una disputa genuina” – e non ipotetica o accademica – di importanza pratica. Alla Corte Europea è stato chiesto di interpretare l’art. 50 del TUE, sulla cui lettura erano sorte diverse posizioni, come quella del Consiglio europeo, per cui sarebbe stato necessario un consenso unanime degli altri 27 Stati Membri per interrompere la procedura di recesso.

In sostanza – L’art. 50 del TUE non nomina nella sua formulazione la revoca dell’atto di notifica dell’intenzione di recedere dall’Unione, ma i richiedenti hanno sostenuto che questo diritto “di cambiare idea” esista e sia unilaterale per natura. I ricorrenti sono partiti da un’analogia con il diritto di recesso, argomentando che, così come esiste un diritto a recedere unilateralmente, nel rispetto dei principi costituzionali, sussisterebbe una prerogativa opposta di fare dietro-front a “giochi” non ancora ultimati. Il Consiglio e la Commissione, invece, mettevano in dubbio la natura unilaterale di tale revoca, temendo che un approccio di questo tipo avrebbe aperto le porte a negoziati senza termine, con la possibilità per lo Stato in questione di dilatare i tempi all’infinito e di usare questa minaccia come strumento negoziale a proprio vantaggio.

Nel rispondere al quesito la Corte Europea ha colto l’occasione per sottolineare l’unicità del progetto politico e giuridico europeo, in una sentenza che segnerà la storia. Nel farlo ha rinforzato il vigore del diritto europeo nel suo complesso, del quale è garante ma anche autrice – trattandosi di un diritto pretorio – ed ha, nei limiti dei sui poteri, aperto la strada ad una possibile strategia di salvezza dell’idea comunitaria originaria di inclusione e vicinanza tra i popoli europei.

La Corte, pronunciatasi a “Sezioni unite”, ha ribadito la peculiarità del diritto EU; i Trattati fondativi, a differenza degli altri trattati internazionali ordinari, stabiliscono un nuovo ordinamento giuridico con delle sue istituzioni a cui gli Stati Membri hanno attribuito dei poteri, limitando i propri diritti sovrani; si tratta di un nuovo ordine legale che include non solo gli Stati ma i cittadini stessi. Il diritto comunitario è sui generis perché è distinto da quello dei singoli Stati che compongono l’Unione, trovando una fonte autonoma nei trattati; prevale in caso di contrasto con la normativa interna; è dotato del c.d. “direct effect”, applicazione immediata. Secondo i giudici, dunque, la questione dell’art. 50 va letta alla luce dei trattati europei visti nel loro complesso.

Per prima cosa occorre notare che l’art. 50 non parla di revoca; stando così le cose, né la autorizza, né la proibisce. Secondo il parere dell’Avvocato Generale[2] il concetto di “intenzione” è per definizione una manifestazione di volontà né definitiva, né irrevocabile.  Conseguentemente la decisione vera e propria (non la mera intenzione) di lasciare l’Unione spetta solo e soltanto allo Stato, trattandosi di una prerogativa sovrana.

La funzione dell’art.50 sarebbe dunque duplice: da un lato affermare che il diritto di “withdrawal”- recedere – è un diritto sovrano, dall’altro stabilire le modalità affinché il recesso avvenga in maniera ordinata. In assenza di regole espresse per la revoca della notifica, dovrebbero applicarsi per analogia gli stessi principi previsti per il recesso, ovvero, la decisione di revocare la notifica sarebbe unilaterale, essendo una decisione sovrana quella di mantenere lo status di Stato membro, che non è alterato né sospeso dalla notifica dell’intenzione di recedere. La Corte non ha accolto, dunque, le argomentazioni del Consiglio e della Commissione europea che avevano tentato di assimilare la revoca alla richiesta di estensione dei tempi per i negoziati, si tratta di due cose ben distinte.

I giudici dell’Unione hanno evidenziato qual è la natura vera dell’Unione europea. Lo scopo è di creare un’unione più vicina tra i popoli, di eliminare le barriere che tutt’ora persistono, di rafforzare l’impegno degli Stati a rispettare i diritti umani, di tutelare i diritti aggiuntivi che derivano dalla cittadinanza europea (che al momento riguardano sia cittadini UK che degli altri Stati), come la libertà di circolazione delle persone, dei beni e servizi; si tratta di elementi che seppur dati per scontati, contribuiscono a migliorare la qualità di vita di ciascuno di noi.

Tutto questo deve essere frutto, secondo la Corte, di una scelta libera; conseguentemente, così come nessuno può essere obbligato a partecipare all’UE, nessuno può essere obbligato a lasciarla. Sarebbe contrario ai principi democratici impedire l’interruzione di un processo di recesso – sottoponendola alla condizione di un consenso unanime – a un Paese che in un primo momento ha espresso la sua intenzione di recedere ma che poi, a seguito di una procedura democratica, ne ha manifestata una opposta. Questa soluzione sembrerebbe in linea anche con i commenti alla bozza preparatoria del TUE, nei quali vi è traccia di come vi fossero stati dei tentativi di rendere più difficoltosa la procedura di recesso, ma alla fine si optò per non introdurre ostacoli al recesso. Tale lettura sarebbe conforme anche alla Convenzione di Vienna sui Trattati del 1969, che nei lavori preparatori del TUE era stata presa in considerazione, la quale sancisce all’art. 67 la revocabilità del recesso dagli accordi internazionali.

La Corte ha dunque sancito il principio per cui nessuno Stato non può essere obbligato a lasciare l’UE contro la sua volontà fino all’ultimo minuto e dunque l’ammissibilità della revoca unilaterale della notifica dell’intenzione di recedere, poiché se così non fosse, la partecipazione all’UE passerebbe dall’essere un diritto sovrano a un diritto condizionato.   La Corte ha chiarito che, affinché la revoca abbia effetto, occorre che l’accordo di recesso non sia ancora entrato in vigore[3] ovvero non sia stato ancora concluso nei due anni decorrenti dalla notifica – tenendo conto di eventuali estensioni del termine[4] – e che tale termine non sia ancora spirato. Per scongiurare i timori della Commissione e del Consiglio circa il rischio di estendere all’infinito i tempi del negoziato – in caso di un eventuale successivo nuovo cambio di posizionamento – la Corte ha stabilito che si debba trattare dell’espressione di una volontà inequivocabile da parte del Regno Unito, non soggetta a condizioni. Procedendo per questa via, lo status di membro dell’Unione europea rimarrebbe immutato e si concluderebbe la procedura di recesso avviata il 29 marzo 2017.

Con questa sentenza, che accarezza temi dal contenuto altamente politico, i giudici europei hanno senza dubbio dato un segnale di ampia protezione dell’ordinamento comunitario nel suo complesso e dei propri Stati membri,  rendendo realistica o quantomeno giuridicamente percorribile la via del Brex-stop, ed eliminando incertezze interpretative sull’art. 50.

Impatto politico della Sentenza –  Sebbene i politici britannici[5] pro Brexit abbiamo tentato di negare, con le loro dichiarazioni, il valore della sentenza, come il Ministro degli esteri britannico James Hunt che l’ha definita “irrilevante”, i fatti sembrano dire il contrario. Theresa May ha rinviato l’attesissimo voto sull’accordo di recesso previsto ai Comuni dell’11 dicembre, con il mandato di andare a Bruxelles e tornare “a casa” con un accordo che possa godere di più ampio consenso in Parlamento. Ma dal Presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker il messaggio è che l’accordo raggiunto rappresenta il migliore possibile ed è stato approvato dall’Europa il 25 novembre. La posizione dell’UE è sempre stata univoca in tal senso: l’UE non è un “cappello di ciliegie” dove si può scegliere a piacimento cosa tenere e cosa lasciare, questo segnale è importante anche rispetto agli altri Stati Membri, che potrebbero decidere un domani di seguire il modello UK.

Considerazioni politiche – Se è vero che la sentenza del 10 dicembre ha chiarito le possibili alternative che si presentano ai parlamentari inglesi rispetto alla Brexit, non è agevole individuarne le conseguenze. Infatti, potrebbe verificarsi che la Sentenza rafforzi la posizione dei parlamentari del remain, ma per aversi una vera brex-stop non basterà votare contro l’accordo di recesso proposto, anzi questi voti si andrebbero a sommare a quelli di coloro che preferirebbero un no-deal, aprendo la strada a maggiori incertezze giuridiche. Su questo la Corte Europea è stata chiara, occorre una manifestazione inequivocabile, espressa attraverso forme democratiche, della volontà di rimanere uno Stato membro. Si apre così uno spazio politico per chi vorrà intestarsi questa battaglia antigovernativa  ed europeista, ma si spacca ancora una volta il Paese.

[1] Si tratta di Wightman, Greer, Smith, Martin, Stihler, Maugham e Cherry.

[2] L’Avvocato Generale “Advocate General” ha il compito di dare un parere giuridico non vincolante alla Corte, pur non avendo tale efficacia e potendo la Corte Europea disattendere il parere, esso ha un potere de facto non irrilevante data l’autorevolezza del soggetto da cui origina.

[3] Si noti che affinché l’accordo di recesso entri in vigore occorre l’approvazione da parte della House of Commons e che la House of Lords ne abbia dibattuto, in rispetto allo “European Act del 2017” e l’approvazione da parte del Consiglio Europeo e del Parlamento Europeo, art. 50 TUE.

[4] Un’eventuale estensione del periodo andrebbe approvato all’unanimità dal Consiglio Europeo, secondo l’art. 50 TUE.

[5] Anche Gove, Ministro dell’ambiente ha ribadito l’intenzione di non restare nell’UE espressa da 17, 4 milioni di cittadini al referendum del 2016.

di Rosalba Famà

Se quella che i giornali mettono in risalto è la “guerra politica” legata alla Brexit, fatta di faide interne tra i partiti britannici che guardano alle prossime elezioni da un lato e al braccio di ferro tra Londra e Bruxelles dall’altro, meno attenzione ha suscitato la battaglia che passa dalle corti di giustizia.

Infatti,  lo scorso 19 dicembre 2017 un gruppo formato da un parlamentare del Regno Unito, due di quello scozzese e tre del Parlamento europeo[1] chiedeva alla Corte di Session (Scozia) se e come la notifica dell’intenzione del Regno Unito di recedere dall’UE – inviata al Consiglio Europeo il 29 marzo 2017, in ottemperanza dell’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) e dell’art. 1 dello European Union Notification of Withdrawal Act del 2017 – potesse essere revocata unilateralmente prima dello scadere dei due anni ovvero dell’entrata in vigore di un accordo di recesso. A tal riguardo si chiedeva che la Corte di prima istanza scozzese desse seguito ad un rinvio pregiudiziale dinnanzi alla Corte Europea di natura interpretativa circa l’art. 50 del TUE.

Il Segretario di Stato britannico, per portare avanti la “linea dura” del Governo a sostegno della Brexit, era intervenuto nel procedimento adducendo che si trattasse di un quesito meramente ipotetico (“academic”), non avendo mai espresso il Governo UK l’intenzione di fare dietro-front.  La Corte di Session si era rifiutata di riferire la questione ai giudici europei, motivando che il quesito fosse ipotetico, che una decisione in tal senso superasse la giurisdizione nazionale e violasse la sovranità del Parlamento.

Avverso tale sentenza i ricorrenti hanno proposto appello ed il 21 settembre di quest’anno è stata accolta l’istanza dei richiedenti circa il rinvio pregiudiziale alla Corte Europea ex art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’UE, ritenendo che sciogliere un nodo di questa portata non fosse né accademico né prematuro, anzi, si trattasse di una questione di delicata importanza per i Membri del Parlamento britannico (MPs), i quali si sarebbero trovati di fronte a tre opzioni: la Hard Brexit (senza accordo), la Brexit con l’accordo di recesso e la possibilità di revocare la notifica, interrompendo la procedura di recesso dall’UE. Il Governo UK ha subito impugnato questa decisione, cosicché l’ultima parola è spettata alla Corte Suprema britannica, che ha però confermato la legittimità del rinvio pregiudiziale alla Corte Europea.

Anche di fronte alla Corte Europea il Governo britannico ha reiterato la propria argomentazione per cui non si tratterebbe di una disputa concreta, e che solo e soltanto se ci fosse stata un’istanza di revoca della notifica dell’intenzione di recedere dall’UE e il rifiuto da parte degli altri Stati Membri di accogliere questa manifestazione di volontà, si sarebbe potuto procedere per questa via. Anche la Commissione europea e il Consiglio, adottando una strategia di protezione del loro ruolo sovrano e delle loro prerogative, argomentavano che si trattasse di una questione ipotetica, per cui la Corte Europea avrebbe dovuto negare la propria giurisdizione.

Il verdetto della Corte Europea – La Corte europea ha rigettato entrambe le argomentazioni. In primo luogo ha ribadito il principio per cui la valutazione di ammissibilità dell’azione principale è una prerogativa esclusiva delle Corti nazionali;  basandosi le argomentazioni del Governo, della Commissione e del Consiglio sull’ammissibilità dell’azione, vanno considerate irrilevanti ai fini della valutazione circa l’ammissibilità del rinvio. La Corte di Lussemburgo ha deciso di pronunciarsi sulla questione preliminare e ha addotto l’esistenza di una presunzione di rilevanza sulle questioni legate al diritto UE, che vanno risolte quando sono indispensabili per l’effettiva risoluzione della disputa principale. Per la Corte lussemburghese il quesito sottopostogli rappresenta “una disputa genuina” – e non ipotetica o accademica – di importanza pratica. Alla Corte Europea è stato chiesto di interpretare l’art. 50 del TUE, sulla cui lettura erano sorte diverse posizioni, come quella del Consiglio europeo, per cui sarebbe stato necessario un consenso unanime degli altri 27 Stati Membri per interrompere la procedura di recesso.

In sostanzaL’art. 50 del TUE non nomina nella sua formulazione la revoca dell’atto di notifica dell’intenzione di recedere dall’Unione, ma i richiedenti hanno sostenuto che questo diritto “di cambiare idea” esista e sia unilaterale per natura. I ricorrenti sono partiti da un’analogia con il diritto di recesso, argomentando che, così come esiste un diritto a recedere unilateralmente, nel rispetto dei principi costituzionali, sussisterebbe una prerogativa opposta di fare dietro-front a “giochi” non ancora ultimati. Il Consiglio e la Commissione, invece, mettevano in dubbio la natura unilaterale di tale revoca, temendo che un approccio di questo tipo avrebbe aperto le porte a negoziati senza termine, con la possibilità per lo Stato in questione di dilatare i tempi all’infinito e di usare questa minaccia come strumento negoziale a proprio vantaggio.

Nel rispondere al quesito la Corte Europea ha colto l’occasione per sottolineare l’unicità del progetto politico e giuridico europeo, in una sentenza che segnerà la storia. Nel farlo ha rinforzato il vigore del diritto europeo nel suo complesso, del quale è garante ma anche autrice – trattandosi di un diritto pretorio – ed ha, nei limiti dei sui poteri, aperto la strada ad una possibile strategia di salvezza dell’idea comunitaria originaria di inclusione e vicinanza tra i popoli europei.

La Corte, pronunciatasi a “Sezioni unite”, ha ribadito la peculiarità del diritto EU; i Trattati fondativi, a differenza degli altri trattati internazionali ordinari, stabiliscono un nuovo ordinamento giuridico con delle sue istituzioni a cui gli Stati Membri hanno attribuito dei poteri, limitando i propri diritti sovrani; si tratta di un nuovo ordine legale che include non solo gli Stati ma i cittadini stessi. Il diritto comunitario è sui generis perché è distinto da quello dei singoli Stati che compongono l’Unione, trovando una fonte autonoma nei trattati; prevale in caso di contrasto con la normativa interna; è dotato del c.d. “direct effect”, applicazione immediata. Secondo i giudici, dunque, la questione dell’art. 50 va letta alla luce dei trattati europei visti nel loro complesso.

Per prima cosa occorre notare che l’art. 50 non parla di revoca; stando così le cose, né la autorizza, né la proibisce. Secondo il parere dell’Avvocato Generale[2] il concetto di “intenzione” è per definizione una manifestazione di volontà né definitiva, né irrevocabile.  Conseguentemente la decisione vera e propria (non la mera intenzione) di lasciare l’Unione spetta solo e soltanto allo Stato, trattandosi di una prerogativa sovrana.

La funzione dell’art.50 sarebbe dunque duplice: da un lato affermare che il diritto di “withdrawal”- recedere – è un diritto sovrano, dall’altro stabilire le modalità affinché il recesso avvenga in maniera ordinata. In assenza di regole espresse per la revoca della notifica, dovrebbero applicarsi per analogia gli stessi principi previsti per il recesso, ovvero, la decisione di revocare la notifica sarebbe unilaterale, essendo una decisione sovrana quella di mantenere lo status di Stato membro, che non è alterato né sospeso dalla notifica dell’intenzione di recedere. La Corte non ha accolto, dunque, le argomentazioni del Consiglio e della Commissione europea che avevano tentato di assimilare la revoca alla richiesta di estensione dei tempi per i negoziati, si tratta di due cose ben distinte.

I giudici dell’Unione hanno evidenziato qual è la natura vera dell’Unione europea. Lo scopo è di creare un’unione più vicina tra i popoli, di eliminare le barriere che tutt’ora persistono, di rafforzare l’impegno degli Stati a rispettare i diritti umani, di tutelare i diritti aggiuntivi che derivano dalla cittadinanza europea (che al momento riguardano sia cittadini UK che degli altri Stati), come la libertà di circolazione delle persone, dei beni e servizi; si tratta di elementi che seppur dati per scontati, contribuiscono a migliorare la qualità di vita di ciascuno di noi.

Tutto questo deve essere frutto, secondo la Corte, di una scelta libera; conseguentemente, così come nessuno può essere obbligato a partecipare all’UE, nessuno può essere obbligato a lasciarla. Sarebbe contrario ai principi democratici impedire l’interruzione di un processo di recesso – sottoponendola alla condizione di un consenso unanime – a un Paese che in un primo momento ha espresso la sua intenzione di recedere ma che poi, a seguito di una procedura democratica, ne ha manifestata una opposta. Questa soluzione sembrerebbe in linea anche con i commenti alla bozza preparatoria del TUE, nei quali vi è traccia di come vi fossero stati dei tentativi di rendere più difficoltosa la procedura di recesso, ma alla fine si optò per non introdurre ostacoli al recesso. Tale lettura sarebbe conforme anche alla Convenzione di Vienna sui Trattati del 1969, che nei lavori preparatori del TUE era stata presa in considerazione, la quale sancisce all’art. 67 la revocabilità del recesso dagli accordi internazionali.

La Corte ha dunque sancito il principio per cui nessuno Stato non può essere obbligato a lasciare l’UE contro la sua volontà fino all’ultimo minuto e dunque l’ammissibilità della revoca unilaterale della notifica dell’intenzione di recedere, poiché se così non fosse, la partecipazione all’UE passerebbe dall’essere un diritto sovrano a un diritto condizionato.   La Corte ha chiarito che, affinché la revoca abbia effetto, occorre che l’accordo di recesso non sia ancora entrato in vigore[3] ovvero non sia stato ancora concluso nei due anni decorrenti dalla notifica – tenendo conto di eventuali estensioni del termine[4] – e che tale termine non sia ancora spirato. Per scongiurare i timori della Commissione e del Consiglio circa il rischio di estendere all’infinito i tempi del negoziato – in caso di un eventuale successivo nuovo cambio di posizionamento – la Corte ha stabilito che si debba trattare dell’espressione di una volontà inequivocabile da parte del Regno Unito, non soggetta a condizioni. Procedendo per questa via, lo status di membro dell’Unione europea rimarrebbe immutato e si concluderebbe la procedura di recesso avviata il 29 marzo 2017.

Con questa sentenza, che accarezza temi dal contenuto altamente politico, i giudici europei hanno senza dubbio dato un segnale di ampia protezione dell’ordinamento comunitario nel suo complesso e dei propri Stati membri,  rendendo realistica o quantomeno giuridicamente percorribile la via del Brex-stop, ed eliminando incertezze interpretative sull’art. 50.

Impatto politico della Sentenza –  Sebbene i politici britannici[5] pro Brexit abbiamo tentato di negare, con le loro dichiarazioni, il valore della sentenza, come il Ministro degli esteri britannico James Hunt che l’ha definita “irrilevante”, i fatti sembrano dire il contrario. Theresa May ha rinviato l’attesissimo voto sull’accordo di recesso previsto ai Comuni dell’11 dicembre, con il mandato di andare a Bruxelles e tornare “a casa” con un accordo che possa godere di più ampio consenso in Parlamento. Ma dal Presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker il messaggio è che l’accordo raggiunto rappresenta il migliore possibile ed è stato approvato dall’Europa il 25 novembre. La posizione dell’UE è sempre stata univoca in tal senso: l’UE non è un “cappello di ciliegie” dove si può scegliere a piacimento cosa tenere e cosa lasciare, questo segnale è importante anche rispetto agli altri Stati Membri, che potrebbero decidere un domani di seguire il modello UK.

Considerazioni politicheSe è vero che la sentenza del 10 dicembre ha chiarito le possibili alternative che si presentano ai parlamentari inglesi rispetto alla Brexit, non è agevole individuarne le conseguenze. Infatti, potrebbe verificarsi che la Sentenza rafforzi la posizione dei parlamentari del remain, ma per aversi una vera brex-stop non basterà votare contro l’accordo di recesso proposto, anzi questi voti si andrebbero a sommare a quelli di coloro che preferirebbero un no-deal, aprendo la strada a maggiori incertezze giuridiche. Su questo la Corte Europea è stata chiara, occorre una manifestazione inequivocabile, espressa attraverso forme democratiche, della volontà di rimanere uno Stato membro. Si apre così uno spazio politico per chi vorrà intestarsi questa battaglia antigovernativa  ed europeista, ma si spacca ancora una volta il Paese.

[1] Si tratta di Wightman, Greer, Smith, Martin, Stihler, Maugham e Cherry.

[2] L’Avvocato Generale “Advocate General” ha il compito di dare un parere giuridico non vincolante alla Corte, pur non avendo tale efficacia e potendo la Corte Europea disattendere il parere, esso ha un potere de facto non irrilevante data l’autorevolezza del soggetto da cui origina.

[3] Si noti che affinché l’accordo di recesso entri in vigore occorre l’approvazione da parte della House of Commons e che la House of Lords ne abbia dibattuto, in rispetto allo “European Act del 2017” e l’approvazione da parte del Consiglio Europeo e del Parlamento Europeo, art. 50 TUE.

[4] Un’eventuale estensione del periodo andrebbe approvato all’unanimità dal Consiglio Europeo, secondo l’art. 50 TUE.

[5] Anche Gove, Ministro dell’ambiente ha ribadito l’intenzione di non restare nell’UE espressa da 17, 4 milioni di cittadini al referendum del 2016.

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