Articolo di Michela Di Trani su Giustizia europea-Giustizia riparativa. CONnessioni

16939521_1679058542391398_1572240794764430737_nGiustizia europea e giustizia riparativa. Sono le domande di giustizia che giungono per l’Europa e dall’Europa. La Criminalità organizzata, la corruzione, il terrorismo e il riciclaggio sono i quattro grandi ostacoli all’affermazione di una vera Unione europea, secondo una risoluzione unanime del 2013 del Parlamento europeo. La cooperazione internazionale è l’unica via possibile per il contrasto ai fenomeni criminosi, i quali sono fonte anche d’instabilità politica per i Paesi. I traffici illegali sono in vantaggio laddove non funziona la collaborazione tra Stati. Ne fu convinto Giovanni Falcone, che volle fortemente l’istituzione della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, affinché coordinasse gli uffici giudiziari e delle forze di polizia in modo da rispondere all’organizzazione criminale, che si sviluppa sul piano transregionale e transnazionale, con un’organizzazione dello Stato. Ma la giustizia nella sola dimensione intellettuale non basta. Per capire e invertire la rotta è necessario che la giustizia abbia anche un fondamento spirituale. Dall’Europa giunge, dunque, un’altra domanda di giustizia che è la <<Giustizia Riparativa>>. Non è contemplata nell’ordinamento giuridico italiano, integra i modelli classici di giustizia e pone al centro dell’ordinamento il dolore della vittima. Sono alcuni dei temi di cui si è discusso nei giorni scorsi a Roma presso la sede de La Civiltà Cattolica, nell’ambito dei percorsi di formazioni politica CONnessioni–ORIZZONTE EUROPA- La giustizia in Europa, con il Procuratore Antimafia e Antiterroristico, Franco Roberti e lo scrittore de La Civiltà Cattolica, P. Francesco Occhetta S.I.

17021789_1679058549058064_3075851840945279566_n-2

“I fenomeni criminali se non contrastati rischiano di travolgere la stabilità democratica dell’Unione Europea. La criminalità è un problema <<politico>> gravissimo per tutti i Paesi. E’ l’appello lanciato nel corso dell’incontro da Franco Roberti: “L’Italia ne ha una consapevolezza più avanzata rispetto agli altri Paesi perché possiede una maggiore esperienza di contrasto alle mafie e delle prassi investigative tra le più evolute. La sfida della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, nel nome di Giovanni Falcone, è stata sempre rivolta a promuovere la cooperazione internazionale contro il crimine di tipo mafioso, terroristico ed eversivo, sempre più orientato a muoversi in campo transnazionale”. La criminalità organizzata segue nel mondo la ricchezza e sfrutta le diseguaglianze sociali e normative. Attecchisce, infatti, nei territori in cui ci sono povertà e rassegnazione, arruolando nella manovalanza criminale giovani disoccupati, famiglie disperate e nei Paesi in cui le norme di applicazione dei trattati internazionali sono blande. Sono tanti i documenti sovranazionali sottoscritti, che dichiarano la volontà di affermare una giustizia efficace nei territori dell’Unione, ma non sono mai stati ratificati negli ordinamenti nazionali. Sono disfunzionalità e anomalie che favoriscono le organizzazioni criminali. Lo stesso tentativo di dotare l’Europa di una Costituzione nel 2004 è fallito. Nella Costituzione europea c’era una visione unitaria di giustizia e di giurisdizione. Si fondava su sei pilastri che recuperava dalla Carta di Nizza dei diritti del Cittadino europeo: dignità dell’uomo, uguaglianza, libertà, solidarietà, giustizia e cittadinanza. “L’iniziativa è fallita – ha spiegato Roberti- perché non siamo ancora pronti a trasferire la sovranità dagli Stati al <<popolo europeo>>, pietra angolare, su cui costruire l’Unione europea. Nei documenti si parla di popoli europei, sarebbe bastato declinarlo al singolare. Anche una lingua europea non esiste, per cui diventa difficile tradurre i principi affermati nella legislazione sovranazionale in leggi nazionali con la stessa forza rappresentativa con cui sono approvate in sede sovranazionale”. Secondo Roberti un riferimento normativo per giungere a una giurisdizione comune è fornito dall’art.86 del Trattato di Lisbona che prevede la figura del Procuratore europeo. È un magistrato che persegue i crimini che ledono o mettono in pericolo gli interessi finanziari dell’Unione europea esercitando l’azione penale dove si sono consumati i reati. La figura del Procuratore potrebbe costituire una base per una giurisdizione europea che trascenda i singoli ordinamenti e che possa favorire l’unità giuridica verso una più effettiva Unione europea. Tuttavia il cammino per la sua istituzione procede in maniera lenta, difficile, stentata e incerta, perché i Paesi hanno una visione diversa di questa figura: il modello italiano prevede che il Procuratore sia autonomo e indipendente dal potere esecutivo dello Stato, il modello anglosassone lo vuole meno incisivo, dipendente dal Governo, quello francese è a metà strada tra i due modelli. Per il Procuratore Antimafia il mancato accordo rende il cammino più accidentato in un momento storico in cui sembra che il diritto della forza prevalga sulla forza del diritto. “Noi vorremmo – ha concluso Roberti – capovolgere questo rapporto e far prevalere ancora una volta la forza del diritto sulla forza e la prevaricazione e sui muri e i conflitti che purtroppo stanno funestando anche il nostro popolo europeo”.

“Soffiano forti i venti del populismo. I legami sociali si stanno sgretolando. Quello che si sta vivendo è una deriva della post-coscienza e della post-autorità. Non si riesce più a distinguere il bene dal male e il vero dal falso e non si riconosce più autorevolezza alle autorità. Abbiamo abdicato alla coscienza sociale”, ha spiegato P. Francesco Occhetta introducendo alcuni dei principi della <<giustizia ripartiva>> che non sostituisce ma aiuta i modelli classici.

La pena viene stabilita rispondendo a tre domande: Chi è colui che soffre? Qual è la sofferenza? Chi ha bisogno di essere guarito? Il percorso di giustizia riparativa si articola in alcuni fondamentali passaggi:1. Il riconoscimento del reo della propria responsabilità davanti alla vittima e alla società. 2. L’incontro con la vittima. 3. L’intervento della società attraverso la figura del mediatore. 4. L’elaborazione della vittima della propria esperienza di dolore. 5. L’individuazione della riparazione che può essere la ricomposizione di un oggetto o di una relazione.

La riabilitazione del detenuto inizia sempre da una parola della vittima o della famiglia, scrive P. Occhetta nell’introduzione del suo libro La Giustizia Capovolta (Paoline, 2016). “Ora posso scontare la mia pena con responsabilità perché l’incontro con chi ho offeso mi ha restituito la mia dignità di uomo che il carcere mi negava”. È la dichiarazione di un detenuto che Occhetta riporta nel suo libro, raccolta dopo l’incontro che lo stesso scrittore de La Civiltà Cattolica ha promosso nel carcere di San Vittore tra il reo e la vittima. “Il carnefice, nella sua percezione, è una vittima che vuole ristabilire un equilibro rotto da qualcosa che viene vissuta come un’ingiustizia”, ha detto Simone Tropea, che è intervenuto alla fine dell’incontro formativo con una meditazione sul sensc69e8f1ae422a507cd1a8d70ce0bd45c_xlo della giustizia, del bene e del male sociale, partendo
dal brano presentato al Festival di Sanremo 2003, scritto e interpretato da Enrico Ruggeri e Andrea Mirò, dal titolo Nessuno tocchi Caino. È la storia di un dialogo tra una vittima e il suo carnefice che avviene in carcere, dal quale emerge che il male si nutre di solitudine. Dietro a tante storie di morte, di violenza, di mafia c’è sempre una
storia di solitudine, di un’assenza. L’assenza dello Stato, del lavoro, degli affetti, spesso l’assenza di un interlocutore a cui affidare la propria ansia. È necessario dunque coscientizzare il male. La prova giunge dal carcere di Tihar a New Delhi, che negli anni
novanta conteneva 10.000 detenuti,la riforma di Kiran Bedi ha ridotto la recidiva dal 70% al 10% attraverso la pratica della meditazione profonda. Il paradosso della giustizia repressiva è, che quasi inevitabilmente essa, dietro lo schermo della norma, innesca un processo di de-responsabilizzazione generale che investe vittime, carnefici e giudici. “Il diritto positivo non include i principi della giustizia riparativa perché non vuole avere la responsabilità di affermare che l’uomo è anche spirituale”,ha concluso Occhetta che sulle note di Nessuno tocchi Caino ha consegnato al pubblico la domanda finale: perché non riprendiamo il cammino della riabilitazione proprio dalla spiritualità dell’uomo che per la Bibbia è anche il fondamento della giustizia?”. E’ la Giustizia Capovolta, appunto!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...