La lotta alla corruzione, la forza dell’onestà

20150418-relatori Gli appalti truccati; le tangenti inarrestabili; gli scandali dell’EXPO e del MOSE; e la lista è ancora lunga. In Italia le vicende corruttive sono ormai un’abitudine triste e infame. I giovani di Pensare Politicamente ne hanno parlato sabato 18 aprile con Francesco Cananzi, magistrato attualmente in servizio come membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Cananzi, già giudice al Tribunale di Napoli, ha una certezza: «Non esistono scorciatoie: la corruzione non si batte con una legge, ma con un paziente lavoro educativo. Occorre sensibilizzare l’opinione pubblica e le giovani generazioni come si è fatto negli ultimi anni con l’antimafia. Ma ci sono segni di speranza: nonostante i media rimbalzino soprattutto eventi negativi, si stanno facendo tanti “piccoli passi” nella direzione giusta».

Nella pillola spirituale introduttiva, padre Francesco Occhetta spiega che cos’è la coscienza morale: quella voce interiore che, come diceva il cardinal Martini a Umberto Eco, accomuna tutti gli uomini, credenti e non credenti. L’uomo morale ascolta la voce della coscienza e sa volgersi al bene. Ecco dunque che il mondo si divide non tra credenti e atei, ma tra uomini “morali” e “non morali”. E, come insegnava Aristotele, per diventare “uomini morali” occorre vivere la virtù, non proclamarla in modo astratto. La coscienza individuale diventa poi coscienza sociale: la crisi dei valori morali precede in un popolo la crisi della sua classe politica. La corruzione invece agisce su tre livelli: sporca il cuore, offusca le coscienze, toglie la libertà. Corrompere significa “rompere in tante parti”: è in questa dinamica diffusa anche nei piccoli comportamenti che si genera l’eclissi del bene comune, di cui il nostro Paese sta soffrendo.

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Da queste riflessioni muove l’intervento del giudice Cananzi: la corruzione è un habitus della persona che, nella relazione con gli altri uomini, non sa improntare il suo agire verso il bene comune. I dati parlano dell’Italia come un Paese che si sente corrotto (in Europa, solo i cittadini greci hanno una percezione dei fenomeni corruttivi superiore alla nostra), ma in cui le sentenze per reati di corruzione si sono ridotte, tra il 1996 e il 2006, quasi del 90%. Le cause? Processi lenti (molti reati si estinguono per prescrizione) e poche denunce. E gli interventi in sede penale, che pure sono soggetti a continuo aggiornamento, non potranno essere decisivi senza un coerente lavoro di prevenzione. Nel nostro Paese ci sono contesti assuefatti alla corruzione, che è un reato per sua stessa natura sempre duplice: la disonestà del corruttore deve incontrarsi con la disponibilità del corrotto. Ecco perché è così raro che la corruzione venga smascherata con denunce spontanee; ed ecco perché è necessario potenziare i sistemi di intercettazioni, anche se urge una migliore regolamentazione circa la diffusione mediatica dei messaggi registrati.

Il nodo ultimo riguarda la Pubblica Amministrazione, che secondo Cananzi rinuncia, nei contesti corrotti, alla sua imparzialità costituzionale. Si sono infatti aperti 20150418-relatori2dei varchi tra il potere politico e la PA (per esempio il potere dei sindaci di nominare il capo dei vigili urbani, o il responsabile dell’edilizia); e i corrotti sfruttano questi legami a volte oscuri per promuovere attività illegali. Occorre dunque introdurre meccanismi di controllo, formule di bilanciamento dei poteri così da limitare le possibilità di delinquere. Dove c’è corruzione, poi, proliferano le mafie, che oggi intervengono come garanti della pace sociale laddove lo Stato – anche per le falle dell’amministrazione locale – ha di fatto rinunciato a essere “Stato sociale”. Ma il punto è sempre educativo: c’è bisogno di dimostrare ai cittadini che la giustizia sa essere “giusta” e che la corruzione, anche dal punto di vista economico, non paga (si raffrontino – invita Cananzi – le spese di Italia e Francia per la costruzione della TAV). Solo con questo profondo impegno formativo e culturale, a partire dalle scuole, potremo ottenere dei risultati concreti e duraturi.

Il dibattito prosegue nei gruppi di lavoro, con lo scambio delle esperienze associative in tema di formazione alla legalità. Ora i giovani delle associazioni si ritroveranno sabato 23 maggio, per l’ultimo incontro della scuola. La cornice sarà d’eccezione: ci ritroveremo al Quirinale, visiteremo il palazzo e rifletteremo sui poteri del Capo dello Stato nel nostro ordinamento. Chissà che il presidente Mattarella non trovi un momento tra i suoi gravosi impegni per venirci a trovare…

A questo indirizzo la registrazione dell’evento:

http://livestream.com/laciviltacattolica/anticorruzione

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