La politica bloccata dai temi del post-Umanesimo

di Gioele Anni

«Possiamo fare tutto quello che possiamo?». È la domanda che riassume, nella lucida esposizione di padre Paolo Benanti, la sfida centrale della società contemporanea. Dunque: fino a che punto l’uomo ha diritto di fare, a se stesso o ai suoi simili, tutto ciò che il progresso tecnologico gli consente di fare? Il quesito si comprende solo se si conosce bene l’antropologia alla base del post-Umanesimo, secondo la quale, come ricorda padre Francesco Occhetta, «la tecnologia, più che la scienza, ha distrutto l’idea di una natura immutabile dell’uomo, rendendo l’essere umano un essere capace di essere modificato».

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Il terzo incontro della scuola socio-politica “Pensare politicamente” vede dunque i giovani delle associazioni cattoliche impegnati a riflettere su un tema tanto delicato quanto attuale. La “pillola” spirituale di padre Francesco tratta la regola XIV degli esercizi di S. Ignazio: il “Nemico”, come un capo militare, ci attacca sempre sul fronte più sguarnito. Occorre allora lavorare sempre sui nostri punti deboli, e in particolare formare di continuo la coscienza, che è la “fortezza” dentro il “castello” della nostra persona. Nel mondo di oggi, il “punto debole” dell’uomo è forse l’ambizione a un progresso egoistico, che guarda al bene personale prima che a quello collettivo. Padre Francesco lo ricorda in questo articolo, ponendo con noi alcune domande: se la parola chiave del post-Umanesimo è malleabilità, ovvero la possibilità di modificare se stessi a proprio piacimento, come sarà possibile evitare un soggettivismo giuridico ingovernabile? E chi, se non la politica, può dare risposte a questioni così decisive? Ma i Parlamenti sembrano bloccati in dibattiti istituzionali che non scaldano le piazze (pronte invece a mobilitarsi per i “diritti civili”). Si fatica a intendersi sui valori fondativi dell’uomo anche per una malintesa idea di laicità, che non è una mera assenza dell’idea religiosa ma piuttosto, con le parole di Marco Paolini, «un codice che ci tiene insieme», «una condivisione dei principi nello spazio pubblico».
FOTO2Su queste premesse si fonda la relazione di padre Paolo Benanti, che muove dal  presupposto di quanto il post-Umano sia già inscritto nella nostra civiltà. Il termine ex post è il 1982, quando Time dedica il premio di “Person of the Year” a…una macchina, il computer. Ma anche la fantascienza influisce nel racconto “pop” del post-Umano: un esempio su tutti è il celeberrimo film Blade Runner. Un altro passaggio chiave si ha, sempre negli anni ’80, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità riscrive il concetto di “salute” passando dall’idea di “benessere” a quella di “normalità”: una normalità che può essere via via potenziata, nell’epoca in cui si fondono il “tecnicamente possibile”, il “medicalmente desiderato” e il “mitologicamente ambito”. Scienza, medicina e mitologia si fondono nel concetto americano di enhancement, ovvero “miglioramento”: cerchiamo di migliorare la realtà di ciascuno secondo i personali sogni di felicità. L’oggetto del contendere diventa il cervello, a cui la persona umana è ridotta: se le nostre sensazioni, i nostri progetti e le nostre scelte sono motivate da processi biochimici governabili tecnologicamente, basta intervenire su di essi per migliorare l’esistenza umana. E allora ecco che è possibile assumere sostanze che permettono di rimanere svegli per 72 ore senza diminuire la concentrazione; o farmaci che agiscono sulla memoria (come il “Post traumatic stress disorder”, in grado di ristabilire l’equilibrio psichico per esempio dei militari di ritorno dalla guerra). Si arriva al punto, come già accade con gli insetti, di poter impiantare dei chip nei sistemi nervosi, per manovrare le azioni motorie.

Innovazioni di questo tipo richiedono per forza una valutazione etica, prima che il mercato ci sorpassi. E allora: come comportarsi davanti alla “paura dell’ignoto”, cioè i possibili danni causati dalla tecnologia? Ancora, come garantire a tutti un’eguaglianza nella ricerca della felicità, se i ritrovati tecnologici sono limitati e costosi? Infine, la madre di tutte le domande: con quali policies intervenire, quali regole fissare e soprattutto in che prospettiva?
FOTO3I gruppi riflettono su casi esemplari di neuro-enhancement per il miglioramento cognitivo, per la sicurezza nazionale o per il trattamento di dipendenze. Il dibattito è ampio e introduce temi come la libertà e la responsabilità personale, il senso del limite, la finalità di un mondo basato solo sulla competitività. La conclusione di padre Paolo volge alla speranza: «La tecnologia non è un dato di fatto immutabile, ma il frutto di un processo a servizio dell’uomo. Dobbiamo ribaltare la prospettiva: da “How much is too much?” chiediamoci invece “why?”, perché? Perché in un contesto di risorse ineguali il genere umano deve dedicare tempo e denaro per il miglioramento di pochi, e non piuttosto per la risposta ai bisogni di molti? Se il progresso è inteso, come fa la Dottrina Sociale della Chiesa, come “sviluppo umano”, allora è in questa direzione che bisogna orientare l’innovazione tecnologica. Sono temi che chiamano la politica ad agire, ma che prima di tutto richiedono un elevato confronto culturale tra credenti e laici: se «la verità è un prisma» (cfr. Papa Francesco, EG), è fondamentale confrontarsi con tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’uomo, senza porre steccati ideologici, per costruire insieme un percorso che vada dal fenomenico (la realtà ormai acclarata della dimensione post-Umana) al fenomenologico. È questo lo spazio in cui scrivere un nuovo quadro di regole del vivere comune».FOTO4

Per la scuola socio-politica, il prossimo appuntamento è a sabato 18 aprile. Il tema sarà la lotta alla corruzione, e interverranno due magistrati: Giovanni Melillo, attuale Capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Orlando, e Francesco Cananzi, giudice del Consiglio Superiore della Magistratura.

A questo link è disponibile la registrazione video della mattinata: http://new.livestream.com/laciviltacattolica/post-umanesimo

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