Garanzie e vocazione europeista: due sfide per il nuovo Senato

Schermata 2014-06-03 alle 11.01.32di Gioele Anni

Le riforme istituzionali avanzano, e la scuola di formazione sociopolitica “Pensare politicamente” si sposta niente meno che al Senato. I giovani delle associazioni cattoliche italiane hanno visitato Palazzo Madama e assaporato nell’aula la storia democratica del nostro Paese, prima di incontrare i professori costituzionalisti Stefano Ceccanti e Francesco Clementi.

Tema dell’incontro, proprio quella riforma del Senato che il governo Renzi ha da subito posto in cima alla propria agenda. Stato dell’arte: il testo base presentato dal governo ha ricevuto l’ok in commissione Affari costituzionali al Senato, dopo giorni di discussione. Il dibattito in aula è stato posticipato a dopo le elezioni europee: è dunque slittato il termine del 25 maggio, previsto dal premier per la prima lettura della riforma; ma il governo è ben determinato a procedere nella revisione della seconda camera e nel superamento del bicameralismo perfetto.

Padre Francesco Occhetta, nella sua consueta introduzione, ha voluto evidenziare i due aspetti della riforma che per tradizione stanno più a cuore al mondo cattolico: l’attenzione alla garanzie, ovvero agli strumenti di controllo dei poteri che, una volta trasformato il Senato, dovranno comunque essere introdotti per evitare il rischio di una deriva autoritaria della Camera; e il rapporto con l’Europa, per fare realmente del nuovo Senato una «autostrada» da e verso l’Unione europea.

Il professor Ceccanti ha introdotto il suo pensiero con una nota di metodo: una riforma come quella del Senato non si fa a colpi di maggioranza, ma va condivisa con la più ampia parte di forze parlamentari disponibili. Le “regole” della rappresentanza si scrivono insieme, sono poi le politiche a dividere i partiti. Ceccanti si è soffermato sul tema delle garanzie: la premesse è che siamo «nani sulle spalle di giganti», quali erano i nostri padri costituenti; e i “nani” possono permettersi di modificare ciò che è stato fatto dai “giganti” solo se ne assumono le posizioni di partenza. Dunque, non si può ragionare sul Senato senza ricordare il clima in cui il sistema bicamerale fu varato: un momento, tra il 1947 e il 1948, di diffidenza reciproca tra i partiti (la “larga intesa” postbellica era crollata nella prima metà del ’47 con l’uscita del PCI dal governo), peraltro con il ricordo della dittatura fascista ancora fresco. Ciò indusse le forze politiche a confluire su un sistema di massima garanzia per entrambe le parti. Secondo Ceccanti, dunque, la riforma proposta dal governo è necessaria perché supera quel sistema ormai troppo farraginoso per dare continuità governativa, ma pone alcune problematiche. La più urgente sull’elezione del Capo dello Stato, cardine del sistema di garanzie: se i senatori non concorrono alla sua nomina, la maggioranza (eletta col premio maggioritario nel disegno dell’Italicum) avrebbe i numeri per nominare anche lo stesso Presidente della Repubblica. Si potrebbe allora pensare di alzare il quorum per l’elezione, ma col rischio di paralisi per i veti incrociati. Con una Camera potenziata nel suo ruolo decisionale, poi, bisognerebbe dare alla Corte costituzionale la possibilità di esprimersi sulle leggi ben prima della loro attuazione, e magari con valutazioni più trasparenti (pubblicando nelle motivazioni delle sentenze anche le tesi di minoranza emerse nel dibattito); e il Presidente della Repubblica dovrebbe infine avere un potere parziale di veto sulle proposte di legge, così da circoscrivere il fenomeno dei decreti che dopo una prima lettura parlamentare tornano al Capo dello Stato “gonfiati” di ulteriori provvedimenti spesso poco inerenti con il tema di partenza.Schermata 2014-06-03 alle 10.51.42

Il professor Clementi nota nel suo intervento che questo dibattito sulle riforme ha superato l’idea di una Costituzione come “testo sacro”, intoccabile: la Costituzione è invece un patto tra cittadini, dinamico, cui pertanto si può mettere mano per rispondere alle esigenze dei tempi, tanto più di tempi di crisi come i nostri. Nella riforma del Senato bisogna considerare che le seconde camere, oggi, hanno soprattutto due ruoli: garantiscono la rappresentatività territoriale e curano il rapporto con la dimensione europea. In Italia è fondamentale che il Senato assicuri una efficace rappresentanza territoriale, per le istanze complesse che provengono dalle varie zone d’Italia. Ma la chiave è la “vocazione europeista” che deve assumere il nuovo Senato, partendo dal presupposto che oggi il 70% della legislazione muove da indicazioni dell’UE. In particolare, due sono le vie da seguire: che il Senato sia più partecipe nella legiferazione comunitaria, in modo da rendere attivo il rapporto di «sussidiarietà e proporzionalità» (trattato di Lisbona) tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali; e che il Senato partecipi alla revisione dei trattati, come da previsioni comunitarie. Dunque, secondo Clementi bisogna aggiungere al testo del governo alcuni procedimenti che appartengono ad esempio alle seconde camere dei paesi nordici: una migliore riflessione sulla Costituzione europea; un rapporto più stretto tra le commissioni comuni ai Parlamenti di Roma e Bruxelles; una comunicazione più strutturata delle leggi comunitarie nelle nostre autonomie; un controllo attento dell’utilizzo dei fondi comunitari, che sono «vettori del cambiamento». In sintesi, il Senato delle autonomie sfrutta le sue potenzialità se viene inteso non come “federale”, ma come “federatore”: in grado, cioè, di raccordare i territori con il livello centrale e di essere motore di europeizzazione. Se non cogliamo questa opportunità, decidendo di scegliere con forza la via europeista, dimostreremo di essere troppo ambigui per la UE che sogniamo.

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